Non c’è più posta per noi!
È proprio il caso di dire “C’era una volta”, sottintendendo che adesso quel c’era non c’è più, la posta funziona ancora con le sue buchette più o meno standardizzate, ma ciò di cui noi ci lamentiamo è la mancanza assoluta di quelle belle lettere, quasi dei saggi che adesso nella posta elettronica non arrivano più da molto tempo, almeno a me succede questo. Io ho in mente una data ben precisa che scandisce il declino della lettera dattiloscritta o manoscritta: gli inizi degli anni Novanta con l’ascesa inarrestabile degli home computer che danno una netta spallata alla classica macchina da scrivere sottraendole pian piano funzione ed utilizzo fino all’annullamento completo. Non sto assolutamente demonizzando il nuovo mezzo, anzi sono ben felice di aver vissuto questa rivoluzione informatica, però, se analizzo i carteggi qui presenti nel mio archivio, devo malinconicamente constatare che tutti, più o meno cessano entro il primo quinquennio del Novanta.
Questo cambio epocale viene ben evidenziato dalle due lettere che ho indirizzato ad Antonello (qui documentate nel libro che sto commentando), tra la prima datata 6 marzo 1990 e la seconda del 4 agosto del 1996 c’è di mezzo davvero un mutamento radicale, genetico oserei dire. La prima su carta intestata dell’Institute for Creative Misunderstanding, fondato dal benemerito artista Fluxus Dick Higgins, di cui facevo parte attiva, appartiene al periodo in cui scrivere una lettera sulla Olivetti equivaleva ad un vero e proprio rito, prendere la velina con la carta carbone da mettere sotto al foglio di bella, infilarle con cura sul rullo manovrando il carrello, le striscette bianche correggi errori a portata di mano; dopo siffatta preparazione, uno che si accingeva a scrivere, assumeva un certo tono e non poteva sbrigarsela scrivendo due righe improvvisate, per questo tipo di comunicazioni bastava una cartolina o illustrata o postale pur con tutto il carico di significato personale che recava in sé la calligrafia o cacografia. La seconda, invece, appartiene già all’epoca del mio secondo MacBookPro e viene sputata fuori da una stampante laser, ha ancora il piglio del saggio ma oramai siamo al tramonto, mi capiterà rarissimamente di scriverne altre nel corse delle seguenti decadi.