O falsità o autenticità
Il senso di questo antologico saggistico, molto ben assortito e mirato verso il tema da svolgere inquadrato sempre da prospettive diverse, per la curatela di Valerio (Dehò), io l’ho vissuto, con estremo disagio davanti agli affreschi del Palazzo di Cnosso, rifatti dall’archeologo Sir Arthur Evans e dai restauratori Émile Gilliéron, padre e figlio, all’inizio del ‘900. Secondo l’efficace griglia interpretativa stilata da Massimo Pulini si dovrebbe dire che sono derivazioni, ma resta sempre il nocciolo della questione che è poi il leitmotiv del volume: io sto guardando una pittura che credo appartenga all’arte minoica, e invece è stata dipinta un secolo fa. Come fruitore mi sento come minimo defraudato, colto in flagrante dentro un atto di simulazione eversiva che annulla tutto quel processo auto-edonista derivante dal rapporto visivo con l’opera. L’indignazione non fa punti, tant’è che a frotte turisti consapevolmente o inconsapevolmente ignari, continuano ad affollare Candia.
Nelle botteghe bolognesi sia del Guido Reni come in quella del Guercino, i ruoli erano molto netti; capitava che il maestro potesse arricciare il naso se un’opera di un allievo superava quella del maestro come successe con il David con la testa di Golia di Simone Cantarini, ma un Ercole De Maria rivendicava, esibendo il massimo dell’onestà, di “non essere inventore ma un semplice copista”. Oggi a fronte di una marea, stavo per scrivere canea, di web user in preda a incessanti eccessi di un presenzialismo effimero quanto urticante, manca però quell’onestà di ammettere che non si è autentici. Sono sempre stato abituato a valutare l’autenticità di un autore come un valore aggiunto. Quante volte l’ho sentito ripetere per definire l’opera di un poeta o di un narratore ma anche di un artista. Se oggi, uno si chiede dove stia di casa l’autenticità, probabilmente non trova nessun luogo con patente di autentica abitabilità.
Tutto cambia ancora una volta con i readymade di Duchamp, [quanto dipendente da quest’artista l’arte moderna!]. A ragione un grande critico, nonché raffinato poeta visuale qual è stato Vincenzo Accame, ricorda che “la ruota duchampiana contiene in sé un’autentica dichiarazione di falsità… ponendo il falso sullo stesso piano del vero, il suo readymade è un’esplicita sublimazione del falso”.
E accanto a questo ragionamento, ineccepibile, bisogna farne un altro, e lo anticipò con lungimiranza Franco Vaccari, quando tuonava, “è assolutamente necessario spostare l’attenzione dal produttore al consumatore di segni”. Esposizione in tempo reale n.4… del 1972 (Biennale di Venezia), era una diretta conseguenza di questo pensiero sovvertitore dell’atavica passività del fruitore. Voleva, però, anche insinuare, rispetto e considerazione per il pubblico, valori oggi totalmente assenti perché aboliti dalla rete al punto che il povero web surfer non riesce nemmeno più a distinguere un filmato o una foto reale da una falsa, anzi la seconda la trova più bella. E in questo senso ha vittoria facile Piero (Deggiovanni) quando sentenzia, “che il virtuale si è fuso con un’altra forma di realtà: una iper-realtà accelerata in cui i concetti come vero e falso non hanno più ragione di essere”.