Il Blog di Enzo Minarelli

Tutte le arti tendono alla performance

 

Il titolo ricalca quello di una fortunata rassegna bolognese della fine degli anni Settanta, primi Ottanta, che a sua volta parafrasava un famoso aforisma di Walter Pater «tutte le arti tendono alla musica». Era quello un periodo indubbiamente ricco di stimoli, al contrario di chi pensa e svilisce gli Ottanta come «anni di merda». Per esempio non si può passare sotto silenzio l’avvento dei nuovi media, l’affermazione  del movimento femminista, la messa in auge dei centri alternativi, il boom delle droghe leggere, il viaggiare come esperienza di vita, l’inizio della perestrojka e la performance, ora intesa nel suo significato più ampio, faceva parte integrante in pianta stabile di quella fioritura. A monte, forse bisogna chiederci perché proprio la performance?

Bruce Nauman durante una recente presentazione alla Punta della Dogana a Venezia ha dichiarato senza tanti mezzi termini di aver scelto il corpo come mezzo di indagine e di ricerca perché non gli costava nulla in quanto lo aveva gratis. Può essere una risposta plausibile senza mettere sul piatto della bilancia l’altissimo peso che ha il narcisismo degli artisti.

La ragione principe di quella esplosione sin dai Sessanta va individuata nella presa di coscienza del proprio corpo nella sua integralità, si va dalla «masturbazione» di Vito Acconci, il famoso Seedbed del 1972 al notissimo Imponderabilia del duo Abramovic-Ulay nel 1977, da Vista zero di Tomaso Binga (1972) al Consumarsi di Libera Mazzoleni, dieci anni dopo. Il corpo è pertanto il perno attorno al quale tutto il poliedrico mondo della performance ruota, al di là delle etichette e delle definizioni. E per corpo, lo ribadisco, è da intendersi ogni parte di esso, voce inclusa.

Fiumalbo, un paesino dell’Appennino modenese quasi a ridosso del confine toscano, ospitò nel 1967 una delle primissime manifestazioni pubbliche off, furono parecchi gli artisti ad optare per azioni aventi l’oralità come protagonista.

E quest’aspetto non va affatto sottovalutato perché spesso la body art è silente e la performance d’arte ricorre al linguaggio in termini esplicativi raramente creativi.

Nell’esposizione curata dalla coppia Lara Conte-Francesca Gallo, la sperimentazione orale non viene messa in second’ordine, anzi viene citata all’uopo la benemerita Baobab, rivista di informazioni fonetiche edita dal compianto Ivano Burani senza dimenticare Fonosfera l’encomiabile programma di Rai Radio Uno diretto da Pinotto Fava ed Armando Adolgiso.

È sicuramente vero, come era solito affermare Beuys, che per comprendere il significato di una performance la si doveva compiere, il che sottintende che non esista un canovaccio prestabilito, una traccia certa da seguire, a dirla tutta un libero omaggio alla casualità del momento.

La prova del nove del riscontro dal vivo vale anche per chi ha una concezione più progettuale e meno istintiva della performance, la cui validità se non efficacia deve essere sempre verificata nel confronto-scambio tra pubblico e performer.

Mi riferisco a quell’atto unico ed irripetibile che è l’azione in sé con un emittente-attore e un ricevente-audience. Questo momento comporta valori di comunicazione e simbiosi percettiva che a volte travalicano i confini della performance stessa. Ed è proprio questo il fil rouge che accomuna tutte le esperienze documentate in mostra, più o meno dichiaratamente esse mirano a questo «oltre», verso l’al di là del puro contingente, in questo senso la performance risulta essere un pretesto per assurgere stabilmente dentro un contesto più duraturo, starei quasi per scrivere eterno. Infatti dopo oltre mezzo secolo da quando sono state ideate e realizzate sono in grado ancora di reggere la giusta tensione ed attirare attenzione e interesse.

L’esibizione romana del MAXXI ha l’indiscusso merito di aver selezionato 95 artisti come teste di serie per altrettante tipologie di performance, per cui il visitatore nell’enorme spazio dell’archive wall  ha la possibilità attraverso documenti, fotografie, video e testimonianze orali di passare in rassegna tutto quanto è successo in quel lasso di tempo cruciale per lo sviluppo della performance.

 

Territori della performance: percorsi e pratiche in Italia (1967-1982) a cura di Lara Conte e Francesca Gallo, MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Roma, 20 ottobre 2022-28 maggio 2023.

 

16 novembre 2022