Il Blog di Enzo Minarelli

Andrea Samaritani: Pittore fotografo o fotografo pittore?

 

È un dato di fatto che alla seconda decade del nuovo millennio quando la super tecnologia permette ogni sorta di scatti, il Nostro decida di azzerare il tutto e ripiombarsi nell’Ottocento, quando le prime foto in bianco e nero venivano colorate a mano. Sembra la sua, quella tipica cocciutaggine di bastian contrario.

Perché? Perché lui vuole essere bivalente, percorrere la carriera del fotografo, e in effetti l’ha percorsa e la sta percorrendo con incontestabile successo, e nel contempo dipingere, sua recondita passione, passione che coltiva da sempre e per la quale si è da tempo preparato. In sintesi la fotografia e il suo doppio, parafrasando Artaud, con l’innegabile vantaggio che il processo viene svolto interamente dentro la factory domestica. Continua a raccontare il suo mondo, cogliendo i momenti esistenziali, politici, civili, paesaggistici e perché no, emotivi, che gli sembrano degni di essere consegnati all’eternità. E già questa è una bella contraddizione! Vero che appena scatta la foto essa fissa un qualcosa che sfugge, non c’è più davanti nella reale realtà, quell’attimo di vita è appena passato, ma, paradossalmente, quell’attimo viene reso visibile e vivibile per sempre, data e non concessa la deperibilità cartacea o digitale che sia.

Quindi la fotografia risulta essere un sunto perfetto di morte e di vita. Ad Andrea Samaritani questo non basta e non gli può bastare perché qui scatta la seconda fase.

L’immagine in bianco e nero che ha davanti, sul tavolo da lavoro, diviene una tela bianca su cui stendere il colore. L’ineffabile sfida del pittore davanti al vuoto, dico vuoto non a caso perché penso che Andrea quando si appresta a dipingere, «non veda»l’immagine che ha sotto gli occhi. Lo dimostrano i grumi spaziali di colore steso in modo informale, colore che invade le fisionomie, spersonalizzandone i lineamenti, anzi le sue figure così rarefatte assurgono proprio ad un livello universale liberandosi di quella zavorra datata che la condannerebbero a sicuro deperimento. Anche qui la dissoluzione porta all’infinito.

Non c’è dubbio che l’iniziale fotografia in bianco e nero viva hic et nunc una rinascita, intraprenda una nuova vita, forte della cromatica vestizione. Merito della manualità del pittore in azione, il colore assume toni personalizzati, diventa surreale perché la realtà può aspettare, per cui il cielo diventa giallissimo, o arancione o sparisce del tutto sotto una nuvolaglia alla Turner.

Ora, laddove il fotografo soccombe davanti al pittore, altrettanto si può dire del pittore che cede il passo al fotografo, la realtà è che i due vivono in perfetta e proficua simbiosi, traendo linfa vitale dal connubio gemellare, l’una aiuta l’altra e viceversa, e non potrebbe essere altrimenti!

Omaggio al Po, Museo Archeologico “G.Ferraresi”, Stellata, Ferrara, gennaio-febbraio 2016.

Fotodipinte 2006-2016, Firenze-Bologna, Alinari-Minerva, 2017.

Le stanze fotodipinte della Collezione Cavallini Sgarbi, Ferrara, Fondazione Elisabetta Sgarbi, febbraio-giugno 2018.

 

8 giugno 2019

Pulze e il pulviscolo

 

Verrebbe facile, troppo facile, definire Giovanni Pulze, painter on the road, o meglio about the road, considerando anche le sue recentissime personali a San Francisco e New York note culle della beat generation. La strada è una scusa per elevare al rango di protagonista quella common people che altrimenti non godrebbe mai della ribalta accesa. Ecco, lui sa accendere i riflettori su l’attimo di vita vissuta, e lo fa con un cromatismo coinvolgente, al limite dell’ipnosi, che se non fosse per quelle palline bianche (i fiocchi di neve), ci sarebbe da restare in estatica contemplazione per un buon tratto di tempo. Non a caso ho usato il termine people/gente, perché spetta al gruppo, al collettivo, ai passanti, ai viandanti reggere il peso totale della sua visione, e lo dimostra il fatto che questi personaggi non hanno volto, l’everyman si potrebbe dire, l’uomo qualunque messo in mostra.

Non solo l’occhio viene blandito se non appagato da questa cascata iridescente, ma anche l’olfatto viene adeguatamente stimolato perché dalle sue tele trasuda l’odore della pioggia caduta sull’asfalto o della neve che si scioglie, o della calca che respira affannosamente abbottonata dentro caldi cappotti, col collo avvolto in morbide sciarpe. Questa umanità varia, indaffarata, tutta presa dal proprio particulare, intenta a inseguire il proprio scopo, dislocata lungo un marciapiede o dispersa in una bella piazza, ci trasmette immediato il gelo rigido degli inverni nostrani. Ci assale una folata di freddo da farci rabbrividire. Il buio serale aumenta questa sensazione di esserci, e presto non esserci più.

Non basta la presenza dell’angelo a calmierare questa stasi collettiva, questa ansia del vivere quotidiano. L’attimo fuggente colto da Pulze, sfugge. Può assumere l’angelo, deduco, le valenze simboliche del caso, (dipende dal tipo di ricettore che si piazza davanti al quadro).

Personalmente se ne potrebbe anche fare a meno, ricordo per inciso che anche Satana era un angelo seppur decaduto e privato della grazia divina. La tela è già così piena e forte di un suo originale horror vacui che regge in garbato equilibrio ogni millimetro quadrato dipinto. L’occhio indagatore non si stanca di spaziarvi dentro, di planarvi in lungo ed in largo come fosse un alato Batman, sfiorando il pittore che invece si pone come punto privilegiato di prospettiva allo stesso livello delle persone ritratte.

Ora, giustamente Gabriele Perretta, acuto curatore della mostra bolognese che ho visitato un paio di mesi fa, parla di simulazione e di inganno delle immagini. Vero, simulazione nella stretta accezione di Torquato Accetto (1641), “simula colui che finge vero cioè  che non è”, e Pulze è coscio di simulare un mondo che non c’è, fissa sulla tela l’istante prima della tempesta. Appare tranquillo il suo andamento iconico, idilliache le coppiette a braccetto, durante una bella serata dicembrina, con il fiato che imbianca le parole dolci sussurrate cheek-to-cheek.

Mi viene in mente un bel acquarello di Aroldo Bonzagni, Aroldo, Ginette e Popi (1915). Perché? Perché entrambi affrontano lo stesso tema esistenziale, l’attimo assoluto del vivere quotidiano, ma in maniera esattamente speculare. Mentre il pittore centese ma di adozione milanese, orchestra l’inganno visivo concentrandosi e quindi limitandosi all’aspetto glamour della coppia a passeggio con cane vista di spalle, in Pulze quella girandola iridata lascia trasparire l’odore inquinato dell’aria che beatamente respiriamo nelle nostre benamate metropoli, ignari del nostro destino, nonostante la strabiliante fantasmagoria di luci e lo sfavillio di insegne, nonostante i riflessi esplosivi di finestre bellamente illuminate e nonostante i tipici aggeggi del nostro inesauribile e frenetico comunicare.

Giovanni Pulze, MediaAngels a cura di Gabriele Perretta, Millenium Gallery, Bologna 4-24 aprile 2019.

 

2 giugno 2019

Conceptual writing

 

«L’arte è sempre stata “un copiare e incollare” da sempre» sentenzia a ragione Kenneth Goldsmith uno dei poeti concettuali che vanno per la maggiore. La conceptual writing esplosa nei primi anni 2000 nel continente nordamericano pigiando il tasto sul riuso e il reimpiego di materiali già esistenti, deve tuttavia molto alla poesia concreta del gruppo paulista di Noigandres nei primi anni Cinquanta, come alla poesia meccanica o spazialista di Pierre Garnier, includendo in questa lista di prodromi anche il manifesto scritto da Fahlström del 1953. Di quest’ultimo fa bene l’autore sempre ben documentato e preciso nei riferimenti storici a citare il termine “wordlets” unione di “word” e “letter”, perché in questo passaggio cruciale da una scrittura normale e ad una provocata da un sommovimento delle lettere che finiscono per alterare le parole stesse, s’annida il motore estetico della conceptual writing. Penso a quell’operazione speciale dove il poeta svedese (ma d’adozione brasiliana) ha innestato intraverbalmente il canto di alcuni uccelli o il nome dei mesi dentro il corpo della parola.

I poeti concettuali hanno sviluppato l’aspetto grafico andando ben oltre la semplice ma acutissima pagina del Coup de dés mallarméano, sfruttando le nuove tecnologie al loro limite estremo come nei lavori di Derek Beaulieu che espande la scrittura, moltiplicandola e trasformandola in un corpo quasi tridimensionale. Devo riconoscere sempre pertinente il loro impiego del software, intendo dire ben giustificato e mai lezioso come avviene in Craig Dworkin attraverso quell’impresa ineffabile di scrivere il famoso capitolo XXIV, che come tutti sanno, è assente nell’opera The Life and Opinions of Tristram Shandy. Il suo autore, Laurence Sterne aveva deciso di ometterlo perché troppo bello, e avrebbe rischiato di alterare l’equilibrio dell’intero romanzo. Emilio Isgrò, riprendendo Man Ray, era solito operare manualmente le sue cancellature, lo stesso fa ancora Beaulieu facendo evidenziare i segni di interpunzione o saccheggiando un romanzo di Paul Auster, con lo scopo dichiarato di salvare visualmente solo i nomi dei protagonisti che sono, guarda caso nomi di colori, il tutto orchestrato e diretto da una sapiente regia tecnica dove nulla è concesso al caso. La lettura di siffatti materiali illeggibili fa come sostiene Pitozzi «emergere dai testi la loro logica costitutiva», ma richiede, aggiungo io, un nuovo assetto percettivo da parte del lettore, che svolge pur sempre la funzione essenziale di ricevente.

Il tentativo di questi poeti concettuali evidentemente consiste nel rimpiazzare il noto lirismo della poesia lineare, il cosiddetto io, alias la voce della poesia, con dei valori “poetici” altri (come in Xenotext di Bök) che i più accaniti detrattori della conceptual writing hanno bollato come uncreative, unoriginal, unispired. Anche un autore come Nanni Balestrini, l’autore più pigro della nostra letteratura (definizione di Umberto Eco) era solito prendere materiale di consumo, ritagliarli e adattarli al suo “io”. A nessuno è venuto mai in mente di definirli poco creativi. I poeti concettuali applicano alla lettera la tecnica di Cage, il writing through, fanno leva su quella che è una caratteristica innata della ricerca d’avanguardia, ovvero, l’ambiguità, e il senso opaco o no che sia, non va pescato su quanto scrivono o meglio stendono sullo schermo del computer, ma sul come lo scrivono. Da sempre la poesia è una scelta di forma, in primis, ciò che si vede, si intravede e ciò che il testo lascia trasparire, «the visual is more than the visible» (Lyotard). Si invoca pertanto, in modo neanche tanto velato, un nuovo di leggere, e di vedere l’opera.

Appare invece carente il lato sonoro nella conceptual writing. Il nostro autore che devo ancora elogiare, perché è tra i pochissimi ad usare il termine “vocalità”, nella corretta accezione zumthoriana (complimenti!). Vero come sostiene Christian Bök che le avanguardie storiche hanno polverizzato la parola per risuscitare un discorso atrofizzato, ma è altrettanto vero che la poesia sonora ha avuto un vorticoso sviluppo nella seconda metà del Novecento, dove accanto alle pratiche delle vocalità si è instaurata anche quella della “oralità”, oppure, in sintesi per usare un mio neologismo, la pista “vocoralità” che fonde le due linee.

Andrea Pitozzi, Conceptual writing, Milano, Edizioni del Verri,  2018.  

 

29 maggio 2019

Nanni Balestrini (1935-2019)

in memoriam

Scrivere di Nanni vuol dire srotolare a ritroso il nastro della vita. Sono tante le situazioni che abbiamo condiviso e che adesso mi si affollano tutte insieme nella mente attutendo in parte il dolore per la sua improvvisa scomparsa.

Comincio dalla sua presenza ai festival di poesia sonora che nella metà dei Novanta organizzavo al DAMS di Bologna. Ricordo una serata particolare quando si presentò a leggere uno dei testi suoi che io da sempre prediligo ovvero Piccola Lode al Pubblico della Poesia, accompagnato da un gruppo di ragazzi aspiranti attori della Corte di Rubiera. Lui stava seduto al centro della scena mentre attorno come folletti impazziti si agitavano le sagome dei teatranti. Poi vennero le varie partecipazioni a Romapoesia, festival di sua ideazione come proseguo di Milanopoesia e Veneziapoesia. Sì, al di là della figura di poeta, Nanni incarnava alla perfezione anche quella di manager o se preferite organizzatore di eventi collegati al mondo poesia. Il punto massimo di questa traiettoria è rappresentato dal Festival di Poesia Italiana (Enciclopoesia) che si tenne a Tokyo nell’aprile del 2001, festival cui anch’io contribuii ad allestire prendendo contatti con il locale Istituto Italiano di Cultura durante una mia precedente tournée in terra nipponica. Lo ricordo attivo e fresco nel dicembre del 2006 quando per l’ennesima volta lo invitai a Bologna per l’inaugurazione de La Voce Regina, postazione multimediale, permanente in Biblioteca Sala Borsa. Anche in quell’occasione lo persuasi a leggere il testo da me prediletto, e fu come sempre un successo, il suo leggere aveva sempre un qualcosa di speciale, leggeva come parlava, l’anima che traspira dalle parole.

 

Se devo estrapolare un momento topico della sua carriera poetica, direi senz’altro, le esperienze denominate Tape Mark  dei primissimi anni Sessanta realizzate presso lo Studio di Fonologia Musicale di Milano, fondato da Berio e Maderna (si veda la mia intervista in http://www.3vitre.it/ilmovente.htm). Fu uno dei primi se non il primo ad utilizzare il computer per fini creativi, e già da quelle pratiche era evidente la sua idiosincrasia verso le parole, preferiva usare quelle non sue, come si dirà in seguito. Era decisamente in anticipo sui tempi, per certi versi quei suoi lavori oltre a sviluppare quella che sarà la computer poetry, a mio avviso, delineano abbastanza bene le piste che la conceptual writing, soprattutto americana, batterà nei primi anni del Duemila.

 

Tutte le volte che passerò per la stazione di Bologna, mi verranno in mente i nostri incontri dentro la Vip Lounge delle FS, all’insegna di vita e poesia. Ti ricorderò nel tuo gentile, disinvolto e apparentemente distaccato aplomb, in realtà eri uno capace di saper ascoltare, dote abbastanza rara nel nostro ambiente, e di entrare subito in empatia con chi avevi davanti. E come mi hai detto nell’intervista appena citata, la cosa più bella è sempre l’ultimo libro uscito, spero che ti accompagni anche in quest’ultima performance, buon viaggio!

 

20 maggio 2019