Il Blog di Enzo Minarelli

Le Parole del Silenzio

 

Peccato che se ne sia andato quando ero all’estero, peccato! Dopo aver letto il suo libro sui santi della chiesa di Renazzo, sarei andato volentieri a trovarlo, avrebbe acceso (come sempre) le luci sul guercinesco San Sebastiano e avremmo avuto la nostra giusta conversazione partendo dai San Sebastiani vari per arrivare a quello dipinto dal Mantegna alla Ca’ d’Oro (il mio preferito). Scambi approfonditi di conoscenze o opinioni tra due persone divise da diverse visioni esistenziali ma uniti da reciproca stima ed affetto. Questa ricerca sulla santità rivela a pieno la sua personalità di studioso puntiglioso e ben documentato. Domina la materia trattata con un linguaggio sciolto, preciso, a tratti ricco di latinismi e anglicismi, nel contempo leggibilissimo perché non perde mai di vista lo scopo principe di divulgare in maniera diretta un tema di non facile comprensione. Leggendolo mi pare di sentire tangibile la sua schiettezza, la sua immediatezza, un sacerdote colto senza fronzoli abituato ad affermare “pane al pane e vino al vino”, per usare un aforisma che gli sarebbe senz’altro piaciuto.

Ogni santo viene trattato attraverso la stesura di un’accurata ed ampia biografia. Il Nostro prosegue col redigere miracoli ed eventi che ne arricchiscono la figura umana, per chiudere il cerchio facendo riferimento alla tradizione locale con tanto di preghiera stilata ad hoc. Con un’abile regia comunicativa riesce per ogni santo o santa a mettere ben in evidenza quel momento supremo che sancisce l’incontro magico con Dio. Qui si rivelano tutto l’orgoglio e la potenza di chi possiede la fede. E lo fa con tale semplicità da rendere normale un atto invece abbastanza eccezionale. Non rinuncia al rovescio della medaglia, ovvero a lanciare frecciate verso il clero quando era, soprattutto in epoca medioevale, più attratto dal potere temporale che da quello spirituale. Lui stesso era un religioso tutto d’un pezzo, non avvezzo a compromessi, questo tratto coriaceo ben occultato dentro quell’aura gioviale e perennemente sorridente non gli consentiva di soprassedere quando avvertiva comportamenti non consoni all’ambito clericale.

Toccante fino alla commozione il ricordo di Sant’Elia Facchini, il santo della zona essendo nato a Reno Centese. Riscatta in positivo le ombre di certe spedizioni cosiddette cattoliche verso l’America Latina. Lui predicò nella Cina della seconda metà dell’Ottocento dispiegando un fervore e una dedizione assoluta accanto ad un’opera intellettuale di grande livello sia letterario che filosofico.

Il libro, però, sa anche dilettare snocciolando curiosità ed amabili sottigliezze. Di San Rocco, nato con una croce vermiglia sul petto, (un angioma) si ricorda il sanrocchino, il tipico tabarro o tabarrino che usava indossare. Nel suo armamentario di eremita dedito alla cura degli appestati, non manca mai la conchiglia, (il bicchiere per bere alle fonti) che è anche il simbolo dei pellegrini sul cammino di Santiago di Compostela o lungo la via Francigena. Apprendiamo con stupore che Santa Cecilia, nota patrona dei musicisti, in realtà non c’entra nulla con la musica. Alla base del fraintendimento ci sarebbe un’errata interpretazione dell’antifona di introito alla Messa per celebrarla, non “cantantibus organis” ma “candentibus organis” ovvero gli strumenti di tortura per il suo martirio. Infine il notissimo Sant’Antonio da Padova è portoghese purosangue, essendo nato a Lisbona nel 1195 e solo negli ultimi tre anni della sua vita predicò nel Veneto, in particolare a Padova dove contribuì a sradicare la mala pianta dell’usura.

Il libro si propone anche come valido argomento di riflessione, ricco di spunti attualissimi. Rileggere per esempio, Santa Rita da Cascia in relazione alla piaga dilagante dei femminicidi, oppure la lezione di San Bruno che verso la natura aveva un’adorazione mistica, mentre oggi viene vista come un “qualcosa da conquistare e sfruttare”, e non più “una riserva di significati simbolici fatti per arricchire il mondo interiore dell’uomo”, (così Giovanni Piana, un filosofo scomparso solo pochi mesi fa nel cosentino, le stesse zone del santo in questione). In questo afflato naturalistico dove si rischia di perdere per sempre quell’incanto cui San Bruno anelava, “forse occorre diminuire i decibel del nostro mondo circostante e ascoltare di più le parole del silenzio” conclude saggiamente Don Ivo.

Questo libro (che dovrebbe essere diffuso da un editore all’altezza), diventa un’insostituibile guida per chi voglia visitare la chiesa di Renazzo, anzi noi auspichiamo che si organizzino dei tour con tanto di soste davanti ad ogni tela o scultura arricchite da presentazioni mirate. Sarebbe un modo per ricordarlo sine glossa come lui stesso amava dire della predicazione di San Francesco.

Don Ivo Cevenini, I Santi della Chiesa di Renazzo, s.i.p., Renazzo, 2018.

 

 

17 agosto 2019

Ermini: Edeniche ed Edoniche

 

Giusto esatti 40 anni fa, agosto 1979, conoscevo di persona Flavio Ermini, lo avevo invitato ad una collettiva di poesia visuale, Itinerari per una Alfabetizzazionealla Rocca di Stellata, a quel tempo fervente centro culturale, assai in auge. Tal cognome richiama Aperti in Squarci, benemerita rivista d’avanguardia, nata a Verona anche grazie ad una figura come Franco Verdi. Probabilmente questa mia tirata nostalgica c’entra nulla con il presente o forse c’entra perché il futuro è sempre figlio e conseguenza del passato.

Se la poesia esprime sempre uno stato d’animo (Bergson), allora qual è lo stato d’animo di Edeniche? Anche se non c’è “strada alcuna che porti alla salvezza”, questo poetare forte del suo darsi iniziale veleggia verso un purismo primitivo o meglio verso un primitivismo naturale ed universale dove alberga ancora la parola originaria ante rem e quindi la vera età fantastica della Poesia, in ossequio alle note teorie vichiane. In maniera edenica, ma anche edonica, il testo si dipana nervosamente alla ricerca del “sangue che bagna costantemente il cuore” o delle “forme elementari del soffio e del respiro”,

Leggendolo tutto d’un fiato, il lettore si porrà la seguente domanda, questo poetare è frutto di ragione o di immaginazione? Il poeta ha le sue tesi da dimostrare, per cui a tratti pare che la ragione, sulla quale fa leva il suo pensiero, prevalga a netto discapito di un’immaginazione pertanto impoverita. Invece la ragione viene contenuta in termini, come dire, ragionevoli e finisce per arricchire l’immaginazione alla quale spetta il compito di consegnarci versi esemplari come “d’incedere lieto verso il giardino/tra grumi ordinati d’inchiostro e di cera” oppure “nel declino dell’uomo verso la rupe dell’onda” o anche “l’onda pietrosa su cui l’altare trova fondamento”. Alla lunga esce vincitrice l’immaginazione anche perché solo essa ha il grande merito di persuadere gli uomini (Pascal).

Questo dualismo ne richiama direttamente un altro. Il Dr.Johnson riteneva che solo ciò che è generale è poetico, a differenza, per esempio di un Novalis il quale era convinto che più personale, locale, temporale era una lirica e più si avvicinava al nucleo della poesia!

Ora, qui filtra abbastanza nitida la personalità e la presa di posizione del poeta, ne fornisco alcuni assaggi tra i tanti: “con la terra che ancora non abbiamo imparato ad abitare”, “non c’è scampo nell’esodo che si rivela senza fine/lungo il quale l’uomo non trova che insensatezza”, poi “prelude al pianissimo di un lamento il dolore/che non ama farsi udire” e ancora “nel far sì che l’umano essere sia sostituito/da un susseguirsi ininterrotto di simulazioni” e infine “quale testimone dell’oscurità che si cela/nell’impreciso vuoto del presente”. Sorprende che la figura femminile faccia una sola ed unica comparsa a pagina 120 verso la fine del libro e appare (o scompare) dentro un’aura contraddittoria, “sorge e sorge la donna che nell’azzurrità appare/con le sue larghe braccia all’erompere dalla terra/senza mai potersi compiutamente mostrare”.

Come viene costruita l’impalcatura di questa scrittura? Le stanze scorrono via in varie dimensioni oliate da serie di aggettivi relativi e congiunzioni, così la lunghezza dei versi cui pare non venga attribuito particolare valore sillabico con cesure sancite più dal ritmo del pensare che da esigenze metriche (ho contato solo una rima in tutto il libro “garantire/assentire”). Bando a qualsiasi segno di punteggiatura, parole nude e crude da sole pronte a reggere il peso del comunicare senza pause se non l’enjambement o l’a-capo. L’autore stesso scrive: “impossibile tracciare un limite tra sensato e insensato. Il linguaggio è il vincolo essenziale che tutti ci lega a una medesima origine”. Vero. L’andamento come si evince dalle citazioni fatte è nettamente prosastico, un procedere spiraleggiante che finisce per ipnotizzare il lettore, pigiando spesso il tasto di continue ripetizioni al limite dell’ossessione vedi “la sorella del sonno” (eufemismo per morte?), il “giardino” e il sentitissimo leitmotiv delle “ali” che spuntano da ogni dove, portando con sé vento, motori  e quindi movimento. Davanti al dubbio platonico, “nell’impossibilità di decidere tra l’antro e l’apparenza”, azzarda una soluzione ermetica del tipo, “fino a capovolgere l’anteriorità in puro atto di sottrazione”. Non ci resta altro, allora, che leggere o scrivere versi anche se “i mortali statuiscono di parlare/pur essendo destinati a perdersi nel tumulto”. E questa è forse l’àncora di salvezza cui è ancora possibile aggrapparsi a dispetto del “profondo degrado dell’umano progresso”.

Flavio Ermini, EdenicheConfigurazione del principio, Bergamo, Moretti&Vitali, 2019.

 

8 agosto 2019

Poesia Visuale Argentina e Catalana

 

Capire agli inizi degli anni Novanta fino al nuovo secolo che la rivoluzione informatica non avrebbe bloccato o peggio boicottato lo sviluppo della Poesia Visuale, ha rappresentato il baluardo di un’estrema resistenza fino a certificare l’assoluta certezza della sua sopravvivenza. Inoltre, come scrive giustamente Albert Calls, riprendendo peraltro un’idea già lanciata a suo tempo da Ezra Pound, il locale oggi più che mai, è globale, e pertanto una ricerca di nicchia come quella della Poesia Visuale, trova molteplici ragioni per esistere. A giudicare da questa antologia …xyzA-Cdef…, ma il discorso si può ampliare alle pubblicazioni che escono quasi a ciclo continuo sotto questa sigla, la Poesia Visuale ha poco da spartire con i precedenti e già storicizzati movimenti come quello della Poesia Concreta (penso al Gruppo Noigandres), quello della Poesia Visiva (penso soprattutto al gruppo italiano capitanato da Pignotti, Sarenco, Marcucci, Perfetti ecc.) e anche alla Nuova Scrittura (nel senso in cui l’ha teorizzata Ugo Carrega). La Poesia Visuale si avvale della classica unione di immagini e scrittura,  nessuno dei due elementi sembra prevalere, alla fin fine avviene una fusione verbo-visiva, come si usava dire negli anni Sessanta, che finisce per dar corpo e vita ad un nuovo e terzo prodotto, seguendo spesso i canoni di una eufonia visiva agile nel blandire gli occhi e nel contempo stimolare la mente. Quanto vengo scrivendo lo si ritrova facilmente in un autorevole capofila longevo e tuttora attivo come Klaus Peter Dencker, e anche in questa antologia di cui sto trattando.

Analizzandola pagina dopo pagina, si evince immediatamente che la manualità è stata sostituita dalla mobilità del mouse, la colla e di conseguenza il collage dal copia-incolla del software adottato.  Questo succede [versante argentino] nelle opere di Luis Pazos, Claudio Mangifesta, di Ladislao Pablo Györi e soprattutto in quelle di Fabio Doctorovich, mentre il richiamo alla vera fisicità della scrittura e dell’immagine resiste in Hilda Paz, Diego Axel Lazcano e in Silvio De Gracia. Nel versante catalano, esemplari perfetti di Poesia Visuale si ritrovano in Gustavo  Vega, Xavier Canals y José Maria Calleja, dove la costruzione del poema risulta controllato in ogni suo dettaglio al fine di una diretta comunicazione.

Joaquim Brustenga-Etxauri, per ribadire l’importanza delle vocali, le colloca sotto un’ombrella aperta come riparo da una pioggia di consonanti. Toni Prat in Matematicopoema núm 30 (2018), mi sorprende perché dislocando coppie di sferette rosse, i segni inequivocabili della divisione, su rette diagonali, ottiene la moltiplicazione del senso. Così Jordi Badiella in Alt e amor (2018) a prima vista sembra voler ripetere un tipico poema manoscritto di William Blake, invece a ben guardare (sempre necessario interagire con calma verso ogni aspetto di questi poemi visuali, mai liquidarli in fretta con una semplice occhiata), compie un vero atto d’amore non solo verso l’azione dello scrivere ma anche verso un carattere di scrittura pre-gutenberghiano (il canon, peraltro da me adorato) rendendolo ancora attuale.

 

J.M.Calleja con Dietari 015, note visuali composte nel periodo tra il 15 di maggio e il 20 di ottobre del 2015, dimostra ancora una volta come si possa manifestare la propria weltanschauung anche usando un mezzo povero come quello cartaceo. Le sue tavole hanno sempre un punto di inizio e un punto di arrivo, prende il lettore-spettatore per mano e lo accompagna fino ad un certo, poi lo lascia libero di tirare le sue conclusioni. In Dilluns, 10 d’agost (per inciso il giorno del mio compleanno) incolla un ritaglio di giornale con la lista di incontri a luci rosse, a fianco, non a caso, quattro crocette rosse, mentre in Dilluns, 5 d’octubre, l’opera più intrigante di tutto il libro, vediamo un muro di scatole da scarpe, al posto del numero della calzatura, leggiamo anni dal 1925 al 2015 disposti nel perimetro che funge da contorno dentro al quale figurano tre file di lettere sempre in rosso come le date.

…xyzA-Cdef…, Antologia di Poesia Visuale argentina e catalana, a cura di J.M.Calleja e C.Mangifesta, Badalona-Buenos Aires, Editorial Tiempo Sur, 2019.

J.M.Calleja, Dietari 015, Badalona, Pont del Petroli, 2018.

 

 

28 luglio 2019

Paolo Valesio: la Prosa che si fa Poesia{viceversa}

 

Se lo scopo è “erodere il terriccio del senso comune”, ebbene statene certi, esso viene eroso. “Il cappuccio, dunque, è rovesciato:/rivelando il capogrosso, il caporitto, caporosso -/l’organo insomma che denudandosi segna la Caporetto/di ogni castità.” La parola Caporetto nel lessico italico suona a sinonimo di disfatta, mentre se la si erode spezzandola in Capo Retto, sembra qualcosa con il capo eretto, alias il praeputium simile ad un caputium. Tutto ruota attorno all’atto del glubere, dello scorticciare, del pelare, dello scappucciare. Il tema più vecchio al mondo, qui è messo sotto gli occhi del lettore come un continuum che non accenna a placarsi. Dalla «schiavòttola» [serva, schiava] si passa alla parola-valigia «pellucida», passando dallo spagnolo «gozar» all’emiliano «guzèr» attraverso “traslazione macaronica per disperazione”. Poi tutto un turbinio di vezzeggiativi, ditini, alucce, attucci, cazzetti cazzolini per finire nei paraggi di Baffo “«dime porca,/che me piase»” se non nel gergo crapulone pre-Dolce Stil Novo, “se lo tiene tra le pocce”. Questo spinto contesto conforta “la volgarità vera della/vita, che rassicura” al punto che non esita il Nostro ad essere persona femminile, “qui:/lo scrivitore s’identifica  con la fanciulla.” Questo fregolismo convinto soprattutto ne I dialoghi dei morti, gli facilita una dichiarazione che è tutto un programma (dopo la descrizione di un sogno dove la donna denunciava inorridita l’assalto cutaneo di tanti scarafaggetti ), “ma tu, cara mia, sei proprio una maniaca; sei ossessionata da quella cosa lì, non parli d’altro”.

Però “l’estasi è sempre… colpevole”, l’uomo deve divenire un «ingesuato», consapevole che “Gesù è il primo e più vero anti-Cristo” e in Gesù trovare “un fratello pronto al sorriso” che “sa distinguere la pazienza dall’inerzia”.  Il tema del divino, l’alto si attorciglia col volgare, il basso, dando vita ad un unicum dove i ruoli si scambiano, l’alto diventa basso e viceversa, “ma vita?” “E qua’ vita?” La vita  è una «Folco-poesia» (“antica violentata lirica del bifolco”).

È attento a non far gravare sul verso uno squilibrio esistenziale, [troppo espressivo lo stile tradizionale], pertanto tende a mantenere una maschera a parziale copertura del senso. A ragione opta nella prefazione per il concetto di «forma del contenuto» a discapito di «forma dell’espressione» perché urge sempre comunicare in primis, anche con “toni erronei ed erratici”. E qui arriva inevitabile la vis polemica: il limite della postavanguardia, a suo dire, non è l’oscurità, peraltro praticata con ingegnosa disinvoltura lungo tutto il testo (ancora un’esemplare parola-valigia: «manustrupazioni»), quanto il “rendere espliciti certi conflitti di mente,/società, cultura/che richiedono una riflessione più sostenuta”. E questa riflessione, quando viene svolta nei dovuti modi, è ingiustamente tacciata di «accademismo». Paul Zumthor, a proposito della poesia sonora, sosteneva che anche attraverso quel tipo di ricerca, per quanto rarefatta essa fosse, era possibile fare Letteratura con L maiuscola. Occorre la consapevolezza estetica del poeta che deve saper trattare all’interno del modulo linguistico adottato, le tematiche elevandole all’altezza del mondo, dimenticando la società, senza l’alibi di un maggiore o minore sperimentazione.

Paolo Valesio, Prose in Poesia, Milano, Società di Poesia-Guanda, 1979.

 

3 luglio 2019

Tino Pelloni e «l’Idea»

 

C’è un suo autoritratto del 1925, “cauto nel guardare, ma chiaro d’occhio, grande di piglio ma senza ostentazione” (Francesco Arcangeli), molto indagatore dietro un tratto quasi femmineo, rapido nel rapirci dentro uno sguardo persuasivo e suadente, in piena condivisione con tetti, cupole e Ghirlandina della sua Modena, vista dall’alto del suo studio. Certo, affiora nel tratto ancora il rigido schematismo del post cubismo (leggi anche espressionismo tedesco, Die Brücke), intrapreso come rampa di lancio verso un’irreversibile spoliazione del soggetto e del suo colore corrispondente. Un’ascensione la sua, costante nel tempo, tesa a raggiungere l’esile, e appena percettibile purezza della sua cifra pittorica.

Tra questo autoritratto e l’aneddoto che mi accingo a descrivere passa quasi mezzo secolo, ma che importa? L’arte rispetta solo se stessa e chi le offre dedizione assoluta. Succede che una bella mattina d’estate dentro una casa delle vacanze lunga la Riviera Adriatica, il Nostro è già al lavoro sin dalle prime luci dell’alba. La signora balza fuori dal letto, e scende in fretta ancora in déshabillé per farsi un caffè. Sorpresa dall’inaspettata presenza del pittore nel tinello, accenna a rassettarsi, a darsi un contegno presentabile. Lui la blocca, “No, ti prego resta lì come sei!” e incomincia a disegnare, a stendere la mestica. Così preso dalla frenesia creatrice che riesce solo a mormorare, “Tu sei un’Idea”. E dopo un po’, “Non ti muovere!”

Ecco, qui sta il nocciolo del suo operare visivo. Quella che lui chiama «l’Idea» è il trionfo dell’etereo sfuggente ma eterno contro l’immanente materiale ma caduco.  Il corpo e con essa la realtà può essere azzerata, non conta più. Conta invece la sfumatura adombrante come la nebbia padana, una scia “postinformale” (ancora Arcangeli). Scarta l’approccio materialista di marca aristotelica per stabilizzarsi dentro la durevolezza evanescente dell’Idea, rappresentata dal ritratto della donna-musa ancora scarmigliata e in vestaglia da camera. Quel ritratto femminile fila dritto verso la quintessenza della bellezza, in piena armonia coi dettami platonici. È la bellezza dell’Idea in persona.

In quanti si sono cimentati nel passato su questo tema! Dalle varie Susanne coi vecchioni, a certi nudi di Hayez fino a Franz von Stuck, passando per i vari Fragonard, Ingres…

L’irresistibile richiamo della figura femminile senza orpelli, senza trucco, senza inganno, trova qui la sua più piena adesione sviluppata attraverso l’accenno dell’immagine. Assurge alla base della composizione quell’emanazione del reale inteso come suggerimento, ovvero una stilizzazione essenziale che fa vibrare corde profonde a noi che guardiamo il quadro. Non siamo solo di fronte ad una semplice o complessa superficie, siamo di fronte alla Vita, quella Vita fissata con l’autenticità di chi l’ha resa universale.

Tino Pelloni, Galleria della Sala di Cultura, Biblioteca “Luigi Poletti”, Modena, 30 ottobre-28 novembre 1971.

Tino Pelloni in Francesco Arcangeli, Arte e Vita, Pagine di Galleria 1941-1973, Bologna, Accademia Clementina, Massimiliano Boni Editore, 1994.

 

18 giugno 2019

Andrea Samaritani: Pittore fotografo o fotografo pittore?

 

È un dato di fatto che alla seconda decade del nuovo millennio quando la super tecnologia permette ogni sorta di scatti, il Nostro decida di azzerare il tutto e ripiombarsi nell’Ottocento, quando le prime foto in bianco e nero venivano colorate a mano. Sembra la sua, quella tipica cocciutaggine di bastian contrario.

Perché? Perché lui vuole essere bivalente, percorrere la carriera del fotografo, e in effetti l’ha percorsa e la sta percorrendo con incontestabile successo, e nel contempo dipingere, sua recondita passione, passione che coltiva da sempre e per la quale si è da tempo preparato. In sintesi la fotografia e il suo doppio, parafrasando Artaud, con l’innegabile vantaggio che il processo viene svolto interamente dentro la factory domestica. Continua a raccontare il suo mondo, cogliendo i momenti esistenziali, politici, civili, paesaggistici e perché no, emotivi, che gli sembrano degni di essere consegnati all’eternità. E già questa è una bella contraddizione! Vero che appena scatta la foto essa fissa un qualcosa che sfugge, non c’è più davanti nella reale realtà, quell’attimo di vita è appena passato, ma, paradossalmente, quell’attimo viene reso visibile e vivibile per sempre, data e non concessa la deperibilità cartacea o digitale che sia.

Quindi la fotografia risulta essere un sunto perfetto di morte e di vita. Ad Andrea Samaritani questo non basta e non gli può bastare perché qui scatta la seconda fase.

L’immagine in bianco e nero che ha davanti, sul tavolo da lavoro, diviene una tela bianca su cui stendere il colore. L’ineffabile sfida del pittore davanti al vuoto, dico vuoto non a caso perché penso che Andrea quando si appresta a dipingere, «non veda»l’immagine che ha sotto gli occhi. Lo dimostrano i grumi spaziali di colore steso in modo informale, colore che invade le fisionomie, spersonalizzandone i lineamenti, anzi le sue figure così rarefatte assurgono proprio ad un livello universale liberandosi di quella zavorra datata che la condannerebbero a sicuro deperimento. Anche qui la dissoluzione porta all’infinito.

Non c’è dubbio che l’iniziale fotografia in bianco e nero viva hic et nunc una rinascita, intraprenda una nuova vita, forte della cromatica vestizione. Merito della manualità del pittore in azione, il colore assume toni personalizzati, diventa surreale perché la realtà può aspettare, per cui il cielo diventa giallissimo, o arancione o sparisce del tutto sotto una nuvolaglia alla Turner.

Ora, laddove il fotografo soccombe davanti al pittore, altrettanto si può dire del pittore che cede il passo al fotografo, la realtà è che i due vivono in perfetta e proficua simbiosi, traendo linfa vitale dal connubio gemellare, l’una aiuta l’altra e viceversa, e non potrebbe essere altrimenti!

Omaggio al Po, Museo Archeologico “G.Ferraresi”, Stellata, Ferrara, gennaio-febbraio 2016.

Fotodipinte 2006-2016, Firenze-Bologna, Alinari-Minerva, 2017.

Le stanze fotodipinte della Collezione Cavallini Sgarbi, Ferrara, Fondazione Elisabetta Sgarbi, febbraio-giugno 2018.

 

8 giugno 2019

Pulze e il pulviscolo

 

Verrebbe facile, troppo facile, definire Giovanni Pulze, painter on the road, o meglio about the road, considerando anche le sue recentissime personali a San Francisco e New York note culle della beat generation. La strada è una scusa per elevare al rango di protagonista quella common people che altrimenti non godrebbe mai della ribalta accesa. Ecco, lui sa accendere i riflettori su l’attimo di vita vissuta, e lo fa con un cromatismo coinvolgente, al limite dell’ipnosi, che se non fosse per quelle palline bianche (i fiocchi di neve), ci sarebbe da restare in estatica contemplazione per un buon tratto di tempo. Non a caso ho usato il termine people/gente, perché spetta al gruppo, al collettivo, ai passanti, ai viandanti reggere il peso totale della sua visione, e lo dimostra il fatto che questi personaggi non hanno volto, l’everyman si potrebbe dire, l’uomo qualunque messo in mostra.

Non solo l’occhio viene blandito se non appagato da questa cascata iridescente, ma anche l’olfatto viene adeguatamente stimolato perché dalle sue tele trasuda l’odore della pioggia caduta sull’asfalto o della neve che si scioglie, o della calca che respira affannosamente abbottonata dentro caldi cappotti, col collo avvolto in morbide sciarpe. Questa umanità varia, indaffarata, tutta presa dal proprio particulare, intenta a inseguire il proprio scopo, dislocata lungo un marciapiede o dispersa in una bella piazza, ci trasmette immediato il gelo rigido degli inverni nostrani. Ci assale una folata di freddo da farci rabbrividire. Il buio serale aumenta questa sensazione di esserci, e presto non esserci più.

Non basta la presenza dell’angelo a calmierare questa stasi collettiva, questa ansia del vivere quotidiano. L’attimo fuggente colto da Pulze, sfugge. Può assumere l’angelo, deduco, le valenze simboliche del caso, (dipende dal tipo di ricettore che si piazza davanti al quadro).

Personalmente se ne potrebbe anche fare a meno, ricordo per inciso che anche Satana era un angelo seppur decaduto e privato della grazia divina. La tela è già così piena e forte di un suo originale horror vacui che regge in garbato equilibrio ogni millimetro quadrato dipinto. L’occhio indagatore non si stanca di spaziarvi dentro, di planarvi in lungo ed in largo come fosse un alato Batman, sfiorando il pittore che invece si pone come punto privilegiato di prospettiva allo stesso livello delle persone ritratte.

Ora, giustamente Gabriele Perretta, acuto curatore della mostra bolognese che ho visitato un paio di mesi fa, parla di simulazione e di inganno delle immagini. Vero, simulazione nella stretta accezione di Torquato Accetto (1641), “simula colui che finge vero cioè  che non è”, e Pulze è coscio di simulare un mondo che non c’è, fissa sulla tela l’istante prima della tempesta. Appare tranquillo il suo andamento iconico, idilliache le coppiette a braccetto, durante una bella serata dicembrina, con il fiato che imbianca le parole dolci sussurrate cheek-to-cheek.

Mi viene in mente un bel acquarello di Aroldo Bonzagni, Aroldo, Ginette e Popi (1915). Perché? Perché entrambi affrontano lo stesso tema esistenziale, l’attimo assoluto del vivere quotidiano, ma in maniera esattamente speculare. Mentre il pittore centese ma di adozione milanese, orchestra l’inganno visivo concentrandosi e quindi limitandosi all’aspetto glamour della coppia a passeggio con cane vista di spalle, in Pulze quella girandola iridata lascia trasparire l’odore inquinato dell’aria che beatamente respiriamo nelle nostre benamate metropoli, ignari del nostro destino, nonostante la strabiliante fantasmagoria di luci e lo sfavillio di insegne, nonostante i riflessi esplosivi di finestre bellamente illuminate e nonostante i tipici aggeggi del nostro inesauribile e frenetico comunicare.

Giovanni Pulze, MediaAngels a cura di Gabriele Perretta, Millenium Gallery, Bologna 4-24 aprile 2019.

 

2 giugno 2019

Conceptual writing

 

«L’arte è sempre stata “un copiare e incollare” da sempre» sentenzia a ragione Kenneth Goldsmith uno dei poeti concettuali che vanno per la maggiore. La conceptual writing esplosa nei primi anni 2000 nel continente nordamericano pigiando il tasto sul riuso e il reimpiego di materiali già esistenti, deve tuttavia molto alla poesia concreta del gruppo paulista di Noigandres nei primi anni Cinquanta, come alla poesia meccanica o spazialista di Pierre Garnier, includendo in questa lista di prodromi anche il manifesto scritto da Fahlström del 1953. Di quest’ultimo fa bene l’autore sempre ben documentato e preciso nei riferimenti storici a citare il termine “wordlets” unione di “word” e “letter”, perché in questo passaggio cruciale da una scrittura normale e ad una provocata da un sommovimento delle lettere che finiscono per alterare le parole stesse, s’annida il motore estetico della conceptual writing. Penso a quell’operazione speciale dove il poeta svedese (ma d’adozione brasiliana) ha innestato intraverbalmente il canto di alcuni uccelli o il nome dei mesi dentro il corpo della parola.

I poeti concettuali hanno sviluppato l’aspetto grafico andando ben oltre la semplice ma acutissima pagina del Coup de dés mallarméano, sfruttando le nuove tecnologie al loro limite estremo come nei lavori di Derek Beaulieu che espande la scrittura, moltiplicandola e trasformandola in un corpo quasi tridimensionale. Devo riconoscere sempre pertinente il loro impiego del software, intendo dire ben giustificato e mai lezioso come avviene in Craig Dworkin attraverso quell’impresa ineffabile di scrivere il famoso capitolo XXIV, che come tutti sanno, è assente nell’opera The Life and Opinions of Tristram Shandy. Il suo autore, Laurence Sterne aveva deciso di ometterlo perché troppo bello, e avrebbe rischiato di alterare l’equilibrio dell’intero romanzo. Emilio Isgrò, riprendendo Man Ray, era solito operare manualmente le sue cancellature, lo stesso fa ancora Beaulieu facendo evidenziare i segni di interpunzione o saccheggiando un romanzo di Paul Auster, con lo scopo dichiarato di salvare visualmente solo i nomi dei protagonisti che sono, guarda caso nomi di colori, il tutto orchestrato e diretto da una sapiente regia tecnica dove nulla è concesso al caso. La lettura di siffatti materiali illeggibili fa come sostiene Pitozzi «emergere dai testi la loro logica costitutiva», ma richiede, aggiungo io, un nuovo assetto percettivo da parte del lettore, che svolge pur sempre la funzione essenziale di ricevente.

Il tentativo di questi poeti concettuali evidentemente consiste nel rimpiazzare il noto lirismo della poesia lineare, il cosiddetto io, alias la voce della poesia, con dei valori “poetici” altri (come in Xenotext di Bök) che i più accaniti detrattori della conceptual writing hanno bollato come uncreative, unoriginal, unispired. Anche un autore come Nanni Balestrini, l’autore più pigro della nostra letteratura (definizione di Umberto Eco) era solito prendere materiale di consumo, ritagliarli e adattarli al suo “io”. A nessuno è venuto mai in mente di definirli poco creativi. I poeti concettuali applicano alla lettera la tecnica di Cage, il writing through, fanno leva su quella che è una caratteristica innata della ricerca d’avanguardia, ovvero, l’ambiguità, e il senso opaco o no che sia, non va pescato su quanto scrivono o meglio stendono sullo schermo del computer, ma sul come lo scrivono. Da sempre la poesia è una scelta di forma, in primis, ciò che si vede, si intravede e ciò che il testo lascia trasparire, «the visual is more than the visible» (Lyotard). Si invoca pertanto, in modo neanche tanto velato, un nuovo di leggere, e di vedere l’opera.

Appare invece carente il lato sonoro nella conceptual writing. Il nostro autore va ancora elogiato, perché è tra i pochissimi ad usare il termine “vocalità”, nella corretta accezione zumthoriana (complimenti!). Vero come sostiene Christian Bök che le avanguardie storiche hanno polverizzato la parola per risuscitare un discorso atrofizzato, ma è altrettanto vero che la poesia sonora ha avuto un vorticoso sviluppo nella seconda metà del Novecento, dove accanto alle pratiche delle vocalità si è instaurata anche quella della “oralità”, oppure, in sintesi per usare un mio neologismo, la pista “vocoralità” che fonde le due linee.

Andrea Pitozzi, Conceptual writing, Milano, Edizioni del Verri,  2018.  

 

29 maggio 2019

Nanni Balestrini (1935-2019)

in memoriam

Scrivere di Nanni vuol dire srotolare a ritroso il nastro della vita. Sono tante le situazioni che abbiamo condiviso e che adesso mi si affollano tutte insieme nella mente attutendo in parte il dolore per la sua improvvisa scomparsa.

Comincio dalla sua presenza ai festival di poesia sonora che nella metà dei Novanta organizzavo al DAMS di Bologna. Ricordo una serata particolare quando si presentò a leggere uno dei testi suoi che io da sempre prediligo ovvero Piccola Lode al Pubblico della Poesia, accompagnato da un gruppo di ragazzi aspiranti attori della Corte di Rubiera. Lui stava seduto al centro della scena mentre attorno come folletti impazziti si agitavano le sagome dei teatranti. Poi vennero le varie partecipazioni a Romapoesia, festival di sua ideazione come proseguo di Milanopoesia e Veneziapoesia. Sì, al di là della figura di poeta, Nanni incarnava alla perfezione anche quella di manager o se preferite organizzatore di eventi collegati al mondo poesia. Il punto massimo di questa traiettoria è rappresentato dal Festival di Poesia Italiana (Enciclopoesia) che si tenne a Tokyo nell’aprile del 2001, festival cui anch’io contribuii ad allestire prendendo contatti con il locale Istituto Italiano di Cultura durante una mia precedente tournée in terra nipponica. Lo ricordo attivo e fresco nel dicembre del 2006 quando per l’ennesima volta lo invitai a Bologna per l’inaugurazione de La Voce Regina, postazione multimediale, permanente in Biblioteca Sala Borsa. Anche in quell’occasione lo persuasi a leggere il testo da me prediletto, e fu come sempre un successo, il suo leggere aveva sempre un qualcosa di speciale, leggeva come parlava, l’anima che traspira dalle parole.

 

Se devo estrapolare un momento topico della sua carriera poetica, direi senz’altro, le esperienze denominate Tape Mark  dei primissimi anni Sessanta realizzate presso lo Studio di Fonologia Musicale di Milano, fondato da Berio e Maderna (si veda la mia intervista in http://www.3vitre.it/ilmovente.htm). Fu uno dei primi se non il primo ad utilizzare il computer per fini creativi, e già da quelle pratiche era evidente la sua idiosincrasia verso le parole, preferiva usare quelle non sue, come si dirà in seguito. Era decisamente in anticipo sui tempi, per certi versi quei suoi lavori oltre a sviluppare quella che sarà la computer poetry, a mio avviso, delineano abbastanza bene le piste che la conceptual writing, soprattutto americana, batterà nei primi anni del Duemila.

 

Tutte le volte che passerò per la stazione di Bologna, mi verranno in mente i nostri incontri dentro la Vip Lounge delle FS, all’insegna di vita e poesia. Ti ricorderò nel tuo gentile, disinvolto e apparentemente distaccato aplomb, in realtà eri uno capace di saper ascoltare, dote abbastanza rara nel nostro ambiente, e di entrare subito in empatia con chi avevi davanti. E come mi hai detto nell’intervista appena citata, la cosa più bella è sempre l’ultimo libro uscito, spero che ti accompagni anche in quest’ultima performance, buon viaggio!

 

20 maggio 2019