“Caro spirito, sono io la tua vera essenza”
Leo Spitzer analizzando le parole di Christian Morgenstern assicura che non sono affatto fantasticherie da Nefelococcugia ma espressioni di una visione del mondo: l’intuizione dell’inconoscibilità delle cose davanti alla quale la lingua stende un velo (il serpentino inganno della lingua secondo Fritz Mauthner). Da questa considerazione si può partire per entrare in punta di piedi nel mondo poetico del poeta tedesco, morto prematuramente a Merano di tubercolosi nel 1914, dopo che per oltre un ventennio aveva vagabondato per mezza Europa alla ricerca di un clima salubre. Quando il critico austriaco sbandiera bellamente la necessità di difenderlo da possibili attacchi di incomprensibilità, si riferisce evidentemente al primo Morgenstern, quello degli esordi folgoranti Nel castello di Fantàsia (1895) [chissà se questo titolo avrà anche ispirato il Phantasus di Arno Holz, uscito a Berlino solo tre anni dopo], debutto che Rainer Maria Rilke, cui era stata spedita copia del volume, incensa benedicendolo come “un fanciullo dalle tasche piene di stelle”. E le stelle brillano, un cielo stellato sotto il quale ci si incanta a leggerlo, meglio, a guardarlo. Il primato di questo primo periodo spetta di diritto ai Canti della forca (1905) dove, al di là degli ampiamente sviscerati aspetti sia grotteschi che umoristici, io porrei l’accento su quel Canto notturno del pesce perché in un periodo al di fuori di ogni sospetto getta le basi della poesia concreta con mezzo secolo d’anticipo e degli stessi calligrammi di Apollinaire scritti tra il 1913 e 16, usciti poi nel 1918. Il mutismo di questo poema è in realtà assai sonoro, perché l’autore aveva già capito che dietro quell’apparente schema visivo, bollato affrettatamente e aggiungerei incautamente come scherzo, si nascondeva una profondità concettuale che metteva direttamente in crisi il linguaggio usato, e riabilitava il segno ortografico, nella fattispecie, quello diacritico. Poca importa che il Mittner commenti la filastrocca Il nuovo canto di lode di Morgenstern come parodia ante litteram della quintessenzialità espressionistica di Stramm, (quest’ultimo tuttavia benemerito poeta morto in guerra nel 1915), lungi da un irrispettoso epigonismo il Nostro va ascritto alla longeva tradizione che parte dai carmina figurata passa per Laurence Sterne e approda a Lewis Carroll.
Lo scenario sia esistenziale che poetico muta repentinamente quando Morgenstern incontra nel 1909 a Berlino Rudolf Steiner, oltre ad ammirarlo ne diverrà amico e da quel momento in avanti metterà la poesia al servizio “della sua cosmologia e cristologia, una riflessione imperniata sull’idea di una persistente ricerca interiore, di una via alla divinità che passi primariamente attraverso l’armonia con l’esistente e che conduca, mediante la forza dell’amore, alla compiuta spiritualizzazione dell’essere umano nell’eterno ciclo della reincarnazione”, come saggiamente scrive il curatore Luca Renzi.
Uno dei punti più intriganti di questa nuova aisthesis riguarda l’euritmia, non mi sto riferendo alla complessa e completa teoria sviluppata negli anni da Steiner che lo porterà alla trasformazione della lingua “articolata in suono” in una “lingua visibile”, faccio appello