NOTE DI LETTURE E VISIONI: i Distici di Enzo Minarelli

di Marco Palladini

Assai attivo su vari fronti è il polipoeta Enzo Minarelli (1951), uno dei protagonisti
della poesia sonora italiana degli ultimi quarant’anni che ha da poco pubblicato un
longplaying in vinile Live in San Francisco (Slowscan – vol. 42, 2019) che raccoglie
una delle sue più recenti performance in terra californiana. Ma Minarelli è anche un
prolifico autore di poesia lineare di intonazione sperimentale e su questo versante è
appena uscito il nuovo libro Distici distanti – poesie 2004-2018 (Firenze, Le Lettere,
2019
, pp. 179, € 16,50). Giusto un esperimento quasi efferato da poetimbanco privo
di inibizioni che assomma oltre mille distici (1089, se non ho contato male) suddivisi
in quattro sezioni, tutti rigorosamente in rima baciata come per una contrainte
maniacale stile Georges Perec, o meglio stile Oulipo, opera di letteratura potenziale
(o, volendo, ‘poetenziale’) che alla lunga sembra autodivorarsi e, forse, divorare
pure il soggetto emittente e scrivente. Minarelli in questo libro mette in moto una
macchina celibe ed ossessiva disposta in martellanti distici, distanti perché
giustapposti e mai conseguenti, ma forse al fondo tutti coincidenti nell’erigere un
virtuale monumento a una ‘disticolandia’ effettualmente infinita che, volendo,
potrebbe continuare per migliaia e migliaia di pagine senza terminare mai come la
borgesiana Biblioteca di Babele.


Afferma Minarelli nella nota in coda al libro che “In ogni distico la scintilla ispirante
viene provocata da quella inesauribile musa che appare sotto forma di parola ad
hoc, tale parola resta la guida e il fine del distico stesso”. Dunque è una singola
parola-scintilla che genera l’apparato poetico disticomorfico, ovvero è quella che io
chiamo la ‘linguavirus’ che prolifera secondo un impulso endogeno, incontinente ed
inarrestabile. È un input che è anche un grande gioco, ma il Ludus è, lo sappiamo,
la cosa più seria del Logos, perché è la sua vera anima, ossia è ciò che
basicamente lo anima.


Così, la macchinazione iper-rimica e imperturbabile prodotta da Minarelli, come se
lui si fosse tramutato in un algoritmo umano o, meglio, trans-umano, può macinare
qualsiasi casuale spunto, qualsivoglia tema – dalla quotidianità al taglio civile5
politico, dal gastronomico al socio-relazionale, dall’erotico al corporale, sino alle
svisature sul linguaggio medesimo. È pressoché un autodopaggio poeticosemantico
che dimostra la perversa/sublime plasticità e capacità del linguaggio di
metamorfosarsi in qualsiasi cosa e pure nel suo esatto contrario, attraverso una
sovrapproduzione di rime, rimalmezzo, rime interne, allitterazioni e assonanze a
cascata e a go-go. Schidionate su schidionate di versi doppi che configurano un
diluvio palabratico che non lascia scampo al lettore.


Appena qualche esempio, a partire dalle neologizzazioni: “la cortàzarità una rarità
pregiata merce / lungimirante zarina a batteria con torce”; “figliola mia ti penso
magrittizzata / mi vedrai picassato tu europeizzata”; “«capomastro ironico» lui
mastroiannizza / «so di filosofia» lei sophialorenizza”. I giochi funambolici anche
mistilingui e demenziali: “Rousseau tutta nòt fumò taBach finì per s’amMolière /
l’André inGide Jean-Jacques per Fantômas il fu Robespierre”; “Assiria siero Osiris
l’asfissia dell’Isis / sognò l’iride irride la Lisa di De Pisis”; “mamma mamma vero che
le donne son mummie a letto? / no! no! no! c’è da lavorare a far figli figlioletto!”; “ti
sei mai gelato con la gelatina in lattina? / ipotizza che Scarlatti soffrisse di
scarlattina”; “la foglia palmata zigzaga in chiesa una pomata presa in giro sul tedium
/ con questi sintomi è delirium tremens puoi intonare continuum il te deum”. Talora
si arriva all’epigramma: “dir troppo di cose di nessuna importanza / dir troppo poco
di cose di gran importanza”. O si strizza l’occhio a Vasco Rossi: “adottai un dotto
look per attaccar bottone al bar Roxy / violacea s’aggregò nevrotico fard fucsia
s’agganciò sexy”. O si fanno trasparenti allusioni politiche: “ohibò gl’idioti iddio non li
creò patrioti / che tuguri malauguri stagnanti i beoti!”. O si richiama con ironia il titolo
del volume: “smagliature storture subdoli irti tornanti / la lampante costante sta nei
distici distanti”; “tranquillo cavillo eppur distillo distico su distici / li addomestico
l’imbastisco distanti eppur ostici”.
Ma non è vero, non è ostica l’imbastitura di questi mille e rotti distici, è anzi
piacevole e spesso assai divertente, così come si deve essere assai divertito il suo
autore a ‘fabbricarla-addomesticarla’. E di fronte all’inesausto fare polipoetico di
Minarelli viene giusto in mente l’infaticabile contino Leopardi: “Me, s’io giaccio in
riposo, il tedio assale”.

Enzo Minarelli
gaspare.palmeri@raizen.it