L’AMARCORD DI ENZO MINARELLI

di Marco Palladini

Ho compulsato Lemme – Vince il vento di Enzo Minarelli (Le Lettere, 2019, pp. 226, €
14,50) finendo di leggerlo proprio in coincidenza con la celebrazione dei 60 anni di “Tutto il
calcio minuto per minuto”, storica trasmissione radiofonica pallonara, il cui ricordo non
casualmente innerva l’ultimo capitoletto del libro. Dico non casualmente perché il brillante
romanzo-memoir dell’autore emiliano si può leggere assai piacevolemente anche come
enciclopedia o wikipedia di una ‘bildung’ infantile tra anni ’50 e primi ’60 del secolo scorso.
Lemme è appunto il nomignolo bambinesco di Enzo che però non sembra un piccino che
si muove ‘lemme lemme’, semmai direi a strappi, tra momenti di torpore e di astrazione
fantastica in una famiglia proletaria di metà Novecento, e scatti accelerati di vita stradaiola
nel paesaggio di Cento, una cittadina di oltre trentamila anime in provincia di Ferrara, ove
tuttora Minarelli vive. Dunque il suo ‘amarcord’ non è come quello felliniano l’evocazione di
un mondo scomparso da parte di un artista e intellettuale andato a stabilirsi altrove.
Semmai è la discesa alle madri e ai padri da parte di uno scrittore che non ha mai reciso le
sue radici, il suo legame ombelicale con ‘Zènt’, il suo paese appunto.


E allora e ancora non è casuale che il vero punto di forza del libro sia sicuramente la
scrittura per via di una sorta di espressivismo italo-emiliano in cui la lingua è assai spesso
crivellata dal dialetto: “Pavsòn tóuset! … Inbalzé vedet brisa che l’è un znòc! … Zès e
calzèna! … Basta zughèr a pècinbrèguel! … Ag ciapèva propi! … Ti propri un ciócapjàt!
…”. Ciò che gli dà un tono esclamativo e significante davvero scoppiettante, nonché un
ritmo invidiabile nel ricostruire un mondo remoto, epperò evidentemente tuttora assai
presente nella sua memoria, vista la quantità di minuti dettagli sia personali sia
concernenti molte altre figure della sua infanzia che vengono narrati. La stessa foto di
copertina in bianco e nero che vede Minarelli bambino con il grembiule da scolaro a piccoli
scacchi bianchi e blu, che con la mano destra appoggia all’orecchio la cornetta di un
telefono-giocattolo e con la mano sinistra stringe la statuina di un elefantino con la
proboscide alzata, appare così iconica e così artificiosa che sembra quasi essere stata
scattata a metà del Novecento per essere poi riutilizzata nel secolo successivo come sigla
visiva di un’epoca. Enzo bambino con la frangetta tagliata corta e gli occhi scuri che
guardano fisso in camera appare insieme assertivo ed interrogativo, così come mi è
sembrato interrogativo e assertivo questo romanzo giustamente simboleggiato
dall’elefantino della copertina, essendo il caro pachiderma l’emblema stesso della
memoria che non viene meno.


Minarelli interroga, dunque, la sua memoria da elefante per schizzare ed effigiare con
vigore, sagacia e ironia tanto i componenti del suo nucleo familiare, allargato anche ai
nonni, quanto i suoi compagnucci di scuola e di svago, le maestre ora materne ora severe,
gli allenatori di calcio, i preti ed una quantità di soggetti e soggettoni che trascorrono nella
‘piccola Bologna’ all’ombra della trecentesca Rocca. E in un territorio che continuamente
smargina dall’abitato alla campagna, nella prospettiva esistenziale di una Italia forse
minore, ma assai solida, vincolata a vive tradizioni collettive e ad un rapporto non finto o
retorico con la natura. Una Italia di doviziosa e nobile cultura materiale.


Ed allora lo sfaccettato e non banalmente nostalgico, anzi in più momenti festevole
‘amarcord’ di Minarelli mi è parso bello anche perché la sua vicenda di bambino diventa lo
specchio di una società e di un paese che erano sicuramente più felici e più carichi di
speranze del tempo attuale. Una società e un paese dove soffiava il vento del
cambiamento e dell’avvenire, laddove oggi il cambiamento e l’avvenire sono temuti o
percepiti come una incombente minaccia. Perciò il suo amarcord diviene un agrodolce ‘noi
ci ricordiamo’, proprio mentre al presente la memoria viene stivata nei database delle
intelligenze artificiali. Così inaugurando il tempo del post-human.


Enzo Minarelli
gaspare.palmeri@raizen.it