Il Blog di Enzo Minarelli

La Voce Regina la Voce dei Poeti

 

La Voce Regina riapre i battenti dopo un periodo di forzata chiusura, e lo fa in grande stile raddoppiando l’offerta della voce dei poeti. Un consistente ampliamento sia della sezione storica (Voce Regina 1) dedicata alla poesia sonora sia quella della grande stagione della poesia ispano-americana (Voce Regina 3) è stato effettuato per volere dell’Amministrazione Comunale di Bologna che da questo momento in avanti prende in carico l’archivio come patrimonio da salvaguardare in pianta stabile. Oltre al nuovo look dell’interfaccia creato da Chialab, la vera novità consiste nell’apertura in rete da parte di molti poemi archiviati, il fruitore pertanto può ascoltare la voce di poeti direttamente sul suo computer o tramite cellulare. Il restante invece va fruito in loco recandosi nella storica sede allestita nella Biblioteca Sala Borsa, in alcuni Dipartimenti della Università di Bologna e nel breve in tutte le biblioteche dell’area metropolitana del bolognese.

È motivo di grande soddisfazione non solo constatare il salvataggio di un materiale che essendo stato registrato in maniera analogica stava per deperire inesorabilmente ma anche vederlo collocato nella sua nuova veste digitalizzata dentro meritorie istituzioni.

La realizzazione di questo ambizioso piano inizia per volontà dell’allora assessore alla cultura Angelo Guglielmi che ha fortemente voluto nel 2006 allestire il primo nucleo della Voce Regina, quello relativo alla poesia sonora perché apprezzava la validità di questo tipo di sperimentazione. “Non ci si rende mai bastevolmente conto – era solito ribadire – di quanto sia importante anzi utile (straordinariamente utile) disporre di registrazioni di testi poetici interpretati dagli stessi autori. Non si tratta soltanto del piacere di possedere un documento di gran pregio che consente come di riportare in vita poeti scomparsi o comunque di risentirne la voce come se fossero ancora presenti. L’importanza va molto al di là della suggestione di una vita ritrovata. E questo vale soprattutto in maniera particolare per i testi della poesia contemporanea”.

Più che un programma una vera dichiarazione d’intenti che abbiamo cercato (il noi si estende al mio sodale nonché amico Roberto Pasquali) di sostenere in tutti questi anni mantenendo fede ai suoi dettami. Ricordo ancora quando gli presentammo il progetto per la prima volta, Guglielmi rimase da subito ben impressionato “perché – ci tenne a precisare – mi interessa costruire qualcosa che non c’è!”.

In questo revival di ringraziamenti, al di là degli sponsor bancari che ne hanno consentito la messa in opera, vanno menzionate due figure che hanno collaborato attivamente affinché la Voce Regina corresse rapida lungo i binari giusti, Gian Mario Anselmi e Niva Lorenzini e tutto il Dipartimento di Italianistica dell’Università.

Sin dagli inizi della nostra carriera, ci ha sempre accompagnato un desiderio di raccogliere materiali, di collezionare prodotti d’arte, l’Archivio 3ViTre di Polipoesia nasce quindi nei primi anni Ottanta con lo scopo di promuovere, archiviare e documentare il variegato mondo della sperimentazione poetica, (poesia visiva, poesia visuale, poesia fonetica, poesia sonora, videopoesia).

La triplice V deriva da un catalogo edito nel 1982 Visioni Violazioni Vivisezioni segni & suoni della poesia contemporanea, mentre il termine Polipoesia risale alla mia teoria, tesa alla definizione, in termine critici, della performance di poesia sonora, infatti nel 1987 esce il Manifesto della Polipoesia, nel catalogo Tramesa d’Art, Valencia.

Oltre 500 ore di poesia sonora, circa 200 ore di videopoesia, un migliaio di originali di poesia visuale, una ventina di carteggi storici con i protagonisti dell’avanguardia internazionale, questi in breve i numeri dell’Archivio. Numerose manifestazioni sono state organizzate, da citare almeno i Festival di Poesia Sonora e  il VideoSound Poetry Festival. In veste di editore l’Archivio ha prodotto oltre una ventina di dischi in vinile sia a 45 giri che in LP, vari Cd e CDRom.

 

La Voce Regina, vernissage 10 febbraio 2023, ore 18, Sala Conferenze di Biblioteca Sala Borsa, Bologna.

 

24 gennaio 2023

Tutte le arti tendono alla performance

 

Il titolo ricalca quello di una fortunata rassegna bolognese della fine degli anni Settanta, primi Ottanta, che a sua volta parafrasava un famoso aforisma di Walter Pater «tutte le arti tendono alla musica». Era quello un periodo indubbiamente ricco di stimoli, al contrario di chi pensa e svilisca gli Ottanta come «anni di merda». Per esempio non si può passare sotto silenzio l’avvento dei nuovi media, l’affermazione  del movimento femminista, la messa in auge dei centri alternativi, il boom delle droghe leggere, il viaggiare come esperienza di vita, l’inizio della perestrojka e la performance, ora intesa nel suo significato più ampio, faceva parte integrante in pianta stabile di quella fioritura. A monte, forse bisogna chiederci perché proprio la performance?

Bruce Nauman durante una recente presentazione alla Punta della Dogana a Venezia ha dichiarato senza tanti mezzi termini di aver scelto il corpo come mezzo di indagine e di ricerca perché non gli costava nulla in quanto lo aveva gratis. Può essere una risposta plausibile senza mettere sul piatto della bilancia l’altissimo peso che ha il narcisismo degli artisti.

La ragione principe di quella esplosione sin dai Sessanta va individuata nella presa di coscienza del proprio corpo nella sua integralità, si va dalla «masturbazione» di Vito Acconci, il famoso Seedbed del 1972 al notissimo Imponderabilia del duo Abramovic-Ulay nel 1977, da Vista zero di Tomaso Binga (1972) al Consumarsi di Libera Mazzoleni, dieci anni dopo. Il corpo è pertanto il perno attorno al quale tutto il poliedrico mondo della performance ruota, al di là delle etichette e delle definizioni. E per corpo, lo ribadisco, è da intendersi ogni parte di esso, voce inclusa.

Fiumalbo, un paesino dell’Appennino modenese quasi a ridosso del confine toscano, ospitò nel 1967 una delle primissime manifestazioni pubbliche off, furono parecchi gli artisti ad optare per azioni aventi l’oralità come protagonista.

E quest’aspetto non va affatto sottovalutato perché spesso la body art è silente e la performance d’arte ricorre al linguaggio in termini esplicativi raramente creativi.

Nell’esposizione curata dalla coppia Lara Conte-Francesca Gallo, la sperimentazione orale non viene messa in second’ordine, anzi viene citata all’uopo la benemerita Baobab, rivista di informazioni fonetiche edita dal compianto Ivano Burani senza dimenticare Fonosfera l’encomiabile programma di Rai Radio Uno diretto da Pinotto Fava ed Armando Adolgiso.

È sicuramente vero, come era solito affermare Beuys, che per comprendere il significato di una performance la si doveva compiere, il che sottintende che non esista un canovaccio prestabilito, una traccia certa da seguire, a dirla tutta un libero omaggio alla casualità del momento.

La prova del nove del riscontro dal vivo vale anche per chi ha una concezione più progettuale e meno istintiva della performance, la cui validità se non efficacia deve essere sempre verificata nel confronto-scambio tra pubblico e performer.

Mi riferisco a quell’atto unico ed irripetibile che è l’azione in sé con un emittente-attore e un ricevente-audience. Questo momento comporta valori di comunicazione e simbiosi percettiva che a volte travalicano i confini della performance stessa. Ed è proprio questo il fil rouge che accomuna tutte le esperienze documentate in mostra, più o meno dichiaratamente esse mirano a questo «oltre», verso l’al di là del puro contingente, in questo senso la performance risulta essere un pretesto per assurgere stabilmente dentro un contesto più duraturo, starei quasi per scrivere eterno. Infatti dopo oltre mezzo secolo da quando sono state ideate e realizzate sono in grado ancora di reggere la giusta tensione ed attirare attenzione e interesse.

L’esibizione romana del MAXXI ha l’indiscusso merito di aver selezionato 95 artisti come teste di serie per altrettante tipologie di performance, per cui il visitatore nell’enorme spazio dell’archive wall  ha la possibilità attraverso documenti, fotografie, video e testimonianze orali di passare in rassegna tutto quanto è successo in quel lasso di tempo cruciale per lo sviluppo della performance.

 

Territori della performance: percorsi e pratiche in Italia (1967-1982) a cura di Lara Conte e Francesca Gallo, MAXXI, Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Roma, 20 ottobre 2022-28 maggio 2023.

 

16 novembre 2022