Il Blog di Enzo Minarelli

Ho scoperto l’acqua calda?

 

Domanda legittima che si pone Richard Kostelanetz in anglo-americano suona così, that I invented the light bulb? L’ovvietà lapalissiana in Italiano viene resa dal calore acqueo mentre l’Inglese ricorre alla luce, c’è sempre un tratto popolare di vita vissuta che si riflette nella lingua! Può darsi che abbia davvero scoperto l’acqua calda perché il suo Folk Poetry sviluppa l’idea degli scioglilingua popolari tipo Trentatré trentini/entrarono a Trento/tutti e trentatré/(di tratto in tratto/ trotterellando, riscrivendoli di sana pianta o semplicemente ritoccandoli. Ciò che scopre o meglio ciò che rimette in circuito è l’ennesima prova tangibile di quella che Max Bense genialmente ha chiamato fantasia razionale.

Nel nostro orticello letterario campione del genere è Toti Scialoja, all’uopo posso anche ricordare le mie Meccanografie (1991). Il fatto che Kostelanetz dedichi questa impresa poetica ad Al Boasburg (1891-1937) the comedians’ comedian, vuol dire che propende decisamente per una scoppiettante elaborazione linguistica. Per la cronaca ricordo che Boasburg è colui che ha scritto fior di film per i fratelli Marx con un recitato inventivo direttamente collegabile con i nostri Totò ed Ettore Petrolini.

 

Davanti a siffatto materiale di base, non c’è limite alla sperimentazione che passa in rassegna tutte le più consolidate e spericolate tecniche di sbriciolamento ed inusitato accostamento della parola (alias la futurista analogia) per sottolinearne attraverso lievi sommovimenti grandi cambiamenti di significato. Per esempio, Take my father/Farther and/Then further, fa leva sul semplice cambio di un fonema nella coppia contrastiva farther/further entrambi significano più lontano, il primo però in senso fisico, il secondo teorico. Oppure A tidy tiger/tied a tie tighter/to tidy her tiny tail, fuochi d’artificio sulla dentale t con sbandamento nel non-sense, come farà una tigre a legarsi più stretta una cravatta e nettarsi la sua codina? Il richiamo intraverbale spunta in What kind of noise/Annoys an oyster?/A noisy noise/Annoys an oyster, mescolando noise (rumore) con oyster (ostrica). Idem, il gioco delle scatole cinesi con scream (urlare) e cream (crema), I scream/you scream/we all scream for ice cream. E non poteva mancare, lui radicatissimo abitante di Manhattan il suo omaggio a New York, You know New York/You need New York/You know you need Unique New York.

Viene spontaneo propendere per il divertissement mentre si legge questo centinaio di poesiuole, fino ad un certo punto però, perché anche attraverso il gioco di parole si arriva alla riflessione. Se confronto il notissimo verso di William Blake da The Tiger, and when thy heart began to beat con The beet that beat the beet, ci si accorge che la distanza è minima.

Leggendo il seguente distico apparentemente innocuo nel suo insistere allitterante, Jim and Jam jam/In a jungle gym con questo improvviso risvolto amoroso, m’è venuta alla mente la ricerca più che quarantennale di Luisa Sax perché il suo esordio risale alla fine degli anni Settanta quando era la sassofonista del gruppo punk rock Clito. Abile nel comporre brevissimi testi, manovra lo smistamento lessicale al minimo per ottenere piacevoli assonanze che in virtù proprio della sua semplicità cui aggiungerei anche ingenuità, ottiene il massimo effetto. Si veda Menage a trois che è un remake di una sua vecchia poesia per capire come la banalità nasconde spesso delle grandi verità.

 

La domanda di fondo, infine, prima di comporre un testo resta sempre la stessa, come comporlo?

Ecco una possibile risposta:

Cuando cuentes cuentos

cuenta cuantos cuentos

cuentas cuando cuentes

cuentos.

Consapevoli purtroppo che

Hoy ya es ayer y ayer ya es hoy

ya llegó el día, y hoy es hoy.

 

 Richard Kostelanetz, Folk Poetry, New York, Archae Editions, 2020.

 

 

11 luglio 2020

L’Ebraismo all’avanguardia

 

La chiave di questa ennesima ed avvincente impresa esegetica di Mario Costa può essere riassunta nel seguente implacabile sillogismo: la Jewishness si è travestita da avanguardia, tutti han voluto fare dell’avanguardia, quindi tutti han lavorato al servizio della Jewishness. L’inizio è stato abbastanza tribolato, intanto perché le parole di Dio a Mosè nell’Esodo suonavano a condanna perenne: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra”. Il divieto riguarda non solo l’oggetto tridimensionale ma anche qualsiasi immagine. Ragion per cui l’ebraismo è da sempre considerato “una cultura aniconica, priva di immagini ed estranea ad ogni tipo di mimesi”.

Poi le leggi razziali di stampo nazista hanno dato il colpo di grazia, anche se di fatto hanno favorito una emigrazione colta ed intellettuale soprattutto verso gli Stati Uniti d’America, consentendo a quel nutrito drappello di fortunati (perché evidentemente avevano i mezzi per espatriare) di occupare quei posti nevralgici necessari per la cosiddetta giudaizzazione dell’arte. L’ostracismo divino viene aggirato, non più l’arte come imitazione, bensì come espressione, “la pittura deve essere niente altro che una superficie colorata priva di ogni rimando figurativo” (si veda http://www.sharecom.ca/greenberg/). Ciò ha provocato il conseguente trionfo dell’espressionismo astratto pontificato da Albers, ebreo, quale rettore del famoso Black Mountain College nella Carolina del Nord e finanziato dalla CIA che impegnò per l’operazione rilevanti fondi monetari nonché risorse umane ad hoc. Scopo dichiarato, diffondere attraverso i classici canali delle gallerie sia private che pubbliche le opere di Newman, Rothko, de Kooning, solo per citare i più noti di questo nutrito gruppone ebreo. Albers forte della sua teoria dell’arte della percezione azzera il tratto mistico dell’espressionismo alla Kandinsky o alla Mondrian avviando un irreversibile processo di laicizzazione. La Cia, come detto, ci mise lo zampino sbandierando questo tipo di ismo inneggiante alla libertà, alla piena autonomia dell’artista in risposta al rigido zdanovismo dell’Unione Sovietica. L’arte come strumento della guerra fredda. Nulla di nuovo per quei periodi, penso agli attrezzatissimi studi di musica elettronica fatti costruire dagli USA nell’America Latina con il subdolo intento di impegnare le menti più brillanti e vivaci in innocui (naturalmente per chi li finanziava) giochi acustici, ammorbidendo il loro impegno sociale.

Alla base di questo teorema giudeo sta e non poteva essere altrimenti un rabbino del XIII secolo al quale il Tel Aviv Museum of Art nel 2016 ha dedicato una mostra dal titolo sibillino, Alchemy of words: Abraham Abulafia, Dada, Lettrism. Non mi sorprende che tale esposizione “serve in sostanza a mettere sotto la tutela di Abulafia tutta la sperimentazione artistica del Novecento legata alla poesia visiva e sonora”. Io stesso ho dedicato Romanzi nelle i a questo ineffabile ed instancabile figura di ricercatore linguistico, convinto che fosse una pietra miliare di quella triade verbo-voco-visual così diffusa nella seconda metà del secolo scorso. Scontato inanellare i nomi di Hugo Ball, di Schwitters fino a Brion Gysin o Isou, quest’ultimo vero cavallo di battaglia del Nostro, e a ragione, basta citare dalla sua meca-estetica, teorizzata nel 1952, questa affermazione profetica, “qualunque cosa può dar luogo ad arti diverse da quelle del passato”, senza dimenticare che lo stesso Isou aspirava ad essere un secondo Abulafia. Comprensibile desiderio in virtù del fatto che l’enorme mole di tavole cabalistiche, concepite sempre a fini mistici, sono state da lui elaborate manualmente e mentalmente. Oggi un simile procedimento artigianale sarebbe inconcepibile davanti al deflagrante uso del computer. Infatti è la tecnologia che domina la scena artistica, e spesso porta alle estreme conseguenze una tendenza destruens, dimenticando la lezione di Moholy-Nagy che aveva cercato di introdurvi l’aspetto della consapevolezza.

Sol LeWitt, collocandosi nel lato construens, snocciola frasi che affossano una volta per tutte l’aura dell’opera, “le idee possono essere di per sé opere d’arte”, “nessuna idea ha bisogno di essere resa fisica” e  “tutte le idee sono arte se riguardano l’arte e rientrano nelle convenzioni dell’arte”, siamo nella fine degli anni Sessanta, e Abraham Moles in un suo famoso manifesto sull’arte permutazionale (1961) anticipa di qualche decennio il futuro, “ l’artista, geniale o no, è un programmatore, come lo saremo tutti”.

 

Mario Costa, Ebraismo e Arte Contemporanea, Clement Greenberg, Arthur Danto, Isidore Isou, Abraham Moles, Milano-Udine, Mimesis, 2020.

 

 

8 luglio 2020

Namely vale a dire

 

Namely il titolo di quest’ultimo CD di Beth Anderson suona perfetto, namely viene tradotto con vale a dire, con cioè, ossia, comunicare lo stesso significato in modo diverso. Il termine inglese ha la radice name = nome, in italiano potrebbe anche essere reso, forzando la traduzione, con nominalmente, per evocare il potere sciamanico del nome. Non c’è dubbio che questa opera sonora è un inno al mistero dei nomi che, al di là del loro origini filologiche, suscitano analogie e libere associazioni.

Namely prende una strada diversa da quella di Robert Ashley In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Men and Women del 1974 dove i nomi e cognomi vengono assemblati così come sono dentro un contesto narrativo in una sorta di festival dei nominativi, ed è altresì distante dai Poemi Cognomi (1988) dello scrivente, dove i cognomi erano stati scelti come lessico alternativo rispetto alla lingua italiana senza alterazione alcuna.

Qui, a differenza delle due opere appena citate dove il registro di sperimentazione si manteneva al livello orizzontale, l’ascoltatore avverte la dolce voce di Beth che precisa come un trapano scava dentro le viscere del nome in maniera del tutto verticale, dall’alto verso il basso. Si parte dal consolidato schema nome+cognome, dopo qualche schermaglia di tipo intraverbale, per esempio ok in Yoko Ono, o Jack in Nam June Paik, si passa alla paronomasia attraverso lievi storpiature, per esempio rocks in Kurt Scwitters o destein ma anche destine in Gertrude Stein. Il processo avanza spedito attraverso una inarrestabile decomposizione della coppia nominale di partenza per approdare con sistematica riduzione fino al singolo fonema che sancisce la fine del poema stesso. Durante lo sviluppo del tema s’odono fortissime sonorità sia vocaliche sia consonantiche che alludono coerentemente alla lingua d’origine del nome trattato, questo richiamo risulta abbastanza evidente per l’armeno nel caso di Charles Amirkhanian, per l’olandese per Jaap Blonk e anche per l’italiano nel caso nostro.

Sarebbe molto interessante pubblicare quelli che io chiamo schemi di esecuzione, (pattern executions), nel booklet che accompagna il CD, viene presentato solo quello di John Cage, perché anche visivamente il fruitore si renderebbe subito conto del certosino lavoro di decostruzione svolto nel breve spazio di due  minuti. Più che di poesia visiva io parlerei di poesia concreta, non quella di marca brasiliana degli anni Cinquanta, mi sto riferendo ad alcune tavole composte da religiosi attorno all’anno 1000 come i carmi cancellati o anche ad alcune esperienze della cabala non convenzionale come in Abulafia.

Namely  consiste di una sessantina di poemi che sono altrettanti omaggi a persone che lei, Beth Anderson, stima e ritiene essere stati importanti per la sua carriera, ogni brano non supera i due minuti, quindi vuol dire che ha chiaro il fondamentale rapporto tra durata ed effetto. Ed a me sembra altrettanto chiaro il filo rosso che lega Namely a I wish I were single again che è del 1981, pubblicato nel n.3 della mia rivista-disco a 45 giri 3ViTre nel dicembre del 1983. L’inizio è dato dalla frase I wish I were single again che attraverso il medesimo processo di disintegrazione applicato ai nomi e cognomi, viene triturata fino al finale Ain / Iw / In  /Ia / N.

Tecniche permutative e trasgressive vengono applicate con maniacale insistenza verso la verginità lessicale, ma dopo un ascolto attento dei 65 pezzi, resta nelle orecchie una sensazione melodica, oserei dire eufonica che in qualche modo contrasta con la sfrontatezza del taglio decisamente sperimentale, ma questo si spiega facilmente con la concezione musicale che Beth ha della poesia sonora, infatti dichiara che “I love making music ouf of words and thinking of music as words. They are always just inside out of each other”.

 

Beth Anderson, Namely, San Francisco, OM Other Minds Records, 2020. (CD)

 

29 giugno 2020

Il giocoliere della parola

 

L’opera di António Aragão sorprende sempre perché ha un rigore verbo-visivo che la proietta in un territorio universale che sicuramente la farà r/esistere a lungo. Mi sto riferendo alle Electrografias, create negli anni 80, apparse nel 1990 e ripubblicate due anni fa, immagino per commemorare il decennale della sua scomparsa avvenuta nel 2008. Si avvale di immagini forti prelevate dai media, per esempio la polizia che picchia i manifestanti, una folla di pugni chiusi, una mamma che tiene per mano il proprio figlioletto, immagini che attraverso la tecnica della copy art  lui altera deformandole o sfocandole. L’opera si presenta in bianco e nero o a volte come in alcuni esemplari che ho in archivio, a colori. Poca concessione al bello estetico perché la forza di queste tavole sta nella scelta linguistica che indirizza il messaggio. E per comunicare quanto ha in mente, non rinuncia al gioco di parole come in  “to do business to dos” o al nonsense “com putador! com puta dor!”. Considerata la forte ripetizione iconica, la sua ricerca si sbilancia dalla parte della lingua, e pertanto si può dire che non è la sua una poesia visiva né tanto meno una poesia visuale, quanto una poesia narrativa. Per sviluppare la  critica alla società, dar libero sfogo al sarcasmo contro il capitalismo, è quasi obbligato a far leva sulla parola. Emblematica quella tavola che ci mostra due signori che calano le braghe per defecare, con la scritta “ cri cri cri cria dor”.

La sua attrazione verso il linguaggio viene ancora una volta evidenziata da un’opera come Os bancos antes da nacionalização, composta durante la dittatura ma pubblicata nel 1975,  in archivio ne ho una copia con quella data, ed ora anch’essa ridata alle stampe. Mentre nelle Electrografias era ancora la scrittura manuale a farla da padrone, qui l’assetto generale è più concreto nel senso della poesia paulista, il che gli permette di dar fondo ad una girandola di tecniche sperimentali per modificare la parola stessa, vissuta come estrema contraddizione, sia essa materia da adorare ma nel contempo da superare trafiggendola. Il tema del banco viene trattato o bistrattato in tutti i possibili e praticabili moduli che sono poi quelli consolidati della neoavanguardia. Così dispiega ancora una volta tutta la sua sensibilità verso la parola che occupa un posto principale almeno in questa tipologia di sperimentazione. Formidabile il gioco lessicale in “Basta (ASS) ASSINAR” dove il termine assassino si sovrappone al termine assinatura (firma).

Che la sua impostazione fosse letteraria lo si evince anche dall’opera sonora Povo/ovo 1978-90 pubblicata nel n.22 di Baobab, 1992, Voci ispano-portoghesi da me curato e ripreso nel numero uno di GroundSound nuova rivista di poesia sonora. La parola regge l’urto disgregante nonostante venga sottoposta a vari trattamenti per cui vacilla come era prassi consolidata a quei tempi, a cominciare dal gioco intraverbale del titolo stesso.

António, ho avuto la fortuna di conoscerlo e bene nell’estate del 1990 a Città del Messico durante una dei tanti festival di poesia organizzati da César Espinosa e Aracoeli Zuñiga. Con il suo berretto nero da lennista era un perfetto filosofo della parola prestato al mondo dello sperimentalismo. Il suo forte impegno politico lo portò a fondare la Vala Comun, un archivio dove poteva raccogliere tutta la gamma di lavori alternativi ma anche un rifugio per realizzare quei progetti che l’istituzione perbenista e conservatrice si rifiutava di realizzare. Entrò a pieno merito in quel circuito che allora si chiamava Arte Correo per diffondere un prodotto non convenzionale. La Mail Art ha anticipato per certi versi l’attuale Internet anche se era più proiettata verso il versante artistico, si consulti questo Manifesto della Mail Art del 1982.

António era originario di Madeira, la sua isola poetica si è trasformata in un continente affollato e praticato perché alla coppia verbo-visiva ha aggiunto l’essenziale terzo elemento il vocale e quindi ha tutte le carte in regola per rivivere ed essere ricordato per sempre.

 

 

António Aragão, Electrografias, a cura di Rui Torres e Bruno Ministro, Lisbona, Busílis, 2018.

António Aragão, Os bancos antes da nacionalização, Lisbona, Livraria Tigre de Papel, 2019.

GROUNDSOUND 1, the voice as a work of art, Vittorio Veneto, Second Sleep, 2019. (LP)

 

 

29 giugno 2020